Seconda Chance
È il nome dell’associazione che ha costruito un ponte tra le carceri e le aziende, con cui viene data ai detenuti l’opportunità di ricominciare, entrando nel mondo del lavoro
di Barbara Bonura
Giornalista televisiva de La7, attiva nel mondo del terzo settore, Flavia Filippi si è fatta regista di un’iniziativa che, dall’inizio a oggi, sta dando straordinari risultati. In questa intervista ci racconta la nascita della sua “Seconda Chance”: dall’interno delle carceri, l’entusiasmo e il desiderio di integrare nel mondo del lavoro detenuti modello.
Che cosa è Seconda Chance, com’è nata e su quali obiettivi è orientata?
Io parto dalla mia professione di giornalista al Tg de La7. Cinque anni fa ho creato Seconda Chance e per lungo tempo sono andata avanti da sola. Nel 2022 ho poi fondato l’Associazione Seconda Chance, iscritta al RUNTS, ovvero il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore. In sostanza, rappresentiamo un ponte tra le carceri italiane e le aziende. Dopo aver lavorato in solitaria, finalmente oggi sono riuscita a costituire un gruppo che opera nei vari territori, tra Lombardia, Piemonte, Veneto, Liguria, Friuli-Venezia Giulia, fino all’Emilia-Romagna, la Toscana e il Lazio, con una certa concentrazione a Roma. Nel Sud, purtroppo, la situazione è più critica: è difficile trovare dei collaboratori. L’obiettivo è creare una squadra di soggetti semiprofessionisti, che si dedichino intensamente all’attività dell’Associazione.
Che cosa fanno sui territori i vari collaboratori coinvolti in Seconda Chance?
Siamo una trentina di persone che, come dei globe-trotter, girano tra bar, ristoranti, alberghi, circoli sportivi, palestre, autofficine, parrucchieri, fabbriche, paninerie e quant’altro per far conoscere il nostro progetto. Un progetto sociale che mira a portare le aziende nelle carceri per valutare personale detenuto, tenendo anche conto del fatto che si può usufruire delle agevolazioni fiscali previste dalla Legge Smuraglia. In questo “scouting”, noi proponiamo anche la valutazione di ex detenuti o persone in detenzione domiciliare che molto spesso non hanno la possibilità di mantenere la propria famiglia. è personale selezionato dalla direzione del carcere e non da noi. Si tratta di individui meritevoli, che alle spalle non hanno nè sanzioni né richiami disciplinari. Gli imprenditori possono accedere al carcere con noi senza alcun impegno. Se poi si trova il profilo giusto, si può offrire un contratto di 4 mesi o 6 mesi, anche part-time, ovviamente previo periodo di prova. Va però ricordato che, una volta che l’imprenditore fa la sua offerta, trascorrerà diverso tempo prima che il magistrato di sorveglianza autorizzi il detenuto a uscire per poter lavorare.
In questa vostra attività avete dei partner che vi supportano?
Sì, abbiamo dei partner che vanno dal piccolo bar sotto casa ad Autogrill, Autostrade, Gruppo Cremonini, McDonald’s, Acqua Vera, Acqua San Pellegrino. Abbiamo anche il supporto del Vaticano, dell’Istituto Superiore di Sanità, Primark e dei negozi per animali Arcaplanet. Proprio di recente ci siamo accostati a Federalberghi.
Come è nato questo contatto con la Federazione?
Grazie al vicepresidente di Federalberghi Giuseppe Roscioli, il quale ha scelto di fare l’esperienza di venire presso il carcere con noi, richiedendo un colloquio per individuare una figura professionale necessaria alla sua azienda. Prima ancora, anche Massimo Bettoja aveva fatto lo stesso percorso, riuscendo poi a integrare nella sua struttura un profilo selezionato al nostro interno che attualmente sta svolgendo al meglio il suo lavoro. Va detto che abbiamo esempi virtuosi. Ad esempio, uno dei nostri ragazzi, finita la pena, si è iscritto a Economia Aziendale ed è poi stato assunto a tempo indeterminato, con tanto di premio da parte dell’imprenditore che lo aveva scelto.
Più recentemente, abbiamo partecipato alla riunione dei direttori e dei segretari delle organizzazioni aderenti a Federalberghi, insieme ai quali confidiamo di fare un bel percorso, anche e soprattutto sotto il profilo della formazione. è stato già messo a terra con l’Ente Bilaterale del Turismo del Lazio il progetto di un corso per camerieri nel carcere di Civitavecchia. Inoltre, la proposta che è stata fatta al Provveditore alle carceri di Lazio, Abruzzo e Molise è quella di impostare altri corsi di formazione nelle carceri di Velletri e Frosinone, entrambi territori con una grande vocazione turistica. L’obiettivo per noi è quello di valorizzare il capitale umano delle persone che stanno facendo il loro percorso nelle carceri. Qui si trovano individui di grande capacità, che sognano soltanto di avere una possibilità, appunto, una seconda chance, per dimostrare ciò che sanno fare.
Secondo lei può nascere qualche difficoltà per gli imprenditori che iniziano un rapporto di lavoro con una persona che proviene dal carcere?
Dopo la procedura che prevede il colloquio all’interno delle strutture penitenziarie, una volta che il detenuto arriva a ricoprire la mansione per la quale è stato scelto, è ovvio che ci sarà una fase di “atterraggio”, per così dire. Ci sono imprenditori che s’irrigidiscono, magari pentendosi della decisione presa; c’è chi invece considera un valore aggiunto l’ingresso di un detenuto all’interno del proprio team di lavoro, considerandolo come tutti gli altri e chiedendo al gruppo di mostrare massima accoglienza al nuovo collega.
Qual è il bilancio che si potrebbe delineare oggi per Seconda Chance?
Direi buono. Abbiamo posto in essere protocolli importanti, con Fipe Confcommercio, Ance e i costruttori edili di buona parte del Lazio, con la Biennale di Venezia, oltre che, naturalmente, con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia. Indubbiamente la cucina, la ristorazione e il mondo dell’ospitalità rappresentano il bacino più ampio e diretto per la valorizzazione di queste persone, così vogliose di migliorare e, soprattutto, di lavorare.
