Fuksas, la visione del futuro

Fuksas, la visione del futuro

di Barbara Bonura

Nato da padre medico lituano e di religione ebraica e da madre insegnante di filosofia cattolica, italiana di origini francesi e austriache, architetto e designer a tutti gli effetti italiano ma di fama mondiale, Massimiliano Fuksas ha il profilo dell’uomo contemporaneo: un fuoriclasse che ha raggiunto il vertice dell’architettura internazionale, generatore di modernità e attento osservatore delle esigenze e dei nuovi confini delle grandi capitali del XXI secolo. In questa intervista emerge la visione di un personaggio divenuto centrale nell’universo dell’architettura moderna.

Architetto Fuksas, quando ha scoperto la sua passione per l’architettura?

Come racconto nel mio libro È stato un caso, non è stata una scelta costruita. È nato tutto in modo quasi accidentale. Dovevo dire a mia madre, che era una professoressa di filosofia, cosa volevo fare nella vita. Per impressionarla dissi “architettura”, quasi a caso, senza sapere davvero cosa significasse. Lei rimase in silenzio, ci pensò  e poi, con mia grande sorpresa, approvò. È stato un momento decisivo, quasi paradossale: una parola detta d’impulso che ha segnato tutto il resto. A volte le scelte più importanti non sono il risultato di un piano, ma di un’intuizione. Da lì è iniziato un percorso che è diventato via via necessario. L’architettura, in fondo, non si decide: ti accade.

Qual è stata la visione che l’ha guidata nella progettazione delle sue opere?

Non ho mai creduto nello stile come schema da ripetere. Ogni progetto è una storia a sé. Mi interessa un’architettura libera, capace di emozionare e sorprendere.

Quello che mi guida è la ricerca: evitare il già visto, il già risolto. L’architettura deve essere un atto contemporaneo, capace di interpretare il presente senza nostalgia e senza paura del futuro.

Lei ha dedicato gran parte del suo lavoro alla ideazione di spazi che dialogassero con realtà urbane. Pensa che l’opera di un architetto possa creare identità?

Sì, ed è una responsabilità enorme. L’architettura non è mai neutra: costruisce identità, crea relazioni, trasforma i luoghi.

Nel caso dell’ospitalità questo è ancora più evidente: gli alberghi sono oggi veri dispositivi urbani. Possono essere chiusi oppure diventare luoghi aperti, attraversabili, capaci di generare relazioni. È lì che si costruisce l’identità.

L’intelligenza artificiale cambierà davvero il mestiere dell’architetto?

Lo sta già cambiando. È uno strumento potente, accelera i processi e apre nuove possibilità. Ma non sostituisce la visione. L’architettura nasce da intuizioni e da una sensibilità che resta umana. Il rischio non è la tecnologia, ma l’omologazione. Sta a noi mantenere la libertà del progetto.

Il suo nucleo familiare è in qualche modo anche la base operativa del suo studio. Sembrerebbe un brand nel brand. In famiglia condividete la stessa visione?

Con Doriana (la moglie, ndr) c’è un confronto continuo. Non si tratta di essere sempre d’accordo, ma di costruire una visione attraverso il dialogo. Lei ha una sensibilità molto forte, diversa dalla mia e proprio per questo indispensabile. Riesce a vedere aspetti che a volte mi sfuggono: l’emozione di uno spazio, il modo in cui le persone lo vivranno davvero. Ha portato nello studio una dimensione più narrativa, più umana, che per me è fondamentale. Non lavoriamo per affermare un “brand familiare”. Lavoriamo perché esistono fiducia reciproca, libertà di dirci la verità e una curiosità che, dopo tanti anni, è ancora viva. Credo che sia questo il vero motore del nostro studio: non l’idea di essere uguali, ma la capacità di restare diversi continuando però a parlare la stessa lingua.

Il vostro studio ha progettato molti hotel e spazi per l’ospitalità. Oggi, in questo secolo così accelerato e digitale, come dovrebbe essere concepito lo spazio dell’accoglienza?

Abbiamo lavorato in contesti molto diversi: dal Business Garden Hotel di Varsavia ai paesaggi mediterranei dell’Is Molas Resort in Sardegna e della Voile Blanche ,fino al Castelluccio Bifolchi Resort and Winery, senza dimenticare progetti urbani complessi come l’Euromed Center di Marsiglia e l’Hilton Rome EUR “La Lama”. Luoghi lontani tra loro per cultura e geografia, ma attraversati da una stessa idea: l’ospitalità non è una formula, è un’esperienza. L’hotel deve essere autentico, profondamente legato al contesto in cui nasce. In un mondo sempre più digitale, lo spazio dell’accoglienza deve tornare a essere relazione, identità e racconto.

Nella progettazione di un albergo, qual è secondo lei l’elemento essenziale per evitare di cadere nello standard della globalizzazione dell’hospitality?

Il punto di partenza è sempre il luogo. Un albergo deve nascere dal contesto, dalla luce, dai materiali, dalla memoria. La globalizzazione tende a uniformare; l’architettura, invece, deve creare differenze. Il vero lusso oggi è l’unicità.

Come immagina gli spazi dedicati all’accoglienza tra 50 anni?

Li immagino come spazi fluidi, ibridi, senza confini rigidi. Non ci sarà più una netta distinzione tra hotel, casa e spazio pubblico. Saranno luoghi di relazione, di lavoro di cultura. E saranno necessariamente sostenibili. Ma una cosa non cambierà: il bisogno umano di sentirsi accolti. Ed è lì che l’architettura continuerà ad avere un ruolo fondamentale.







Pubblicato il 08/22/26